Il Dio Giove

 

Vuole una leggenda che, guardando il Catria soltanto da questa via si notino, quasi sulla cima, due macchie boscose.   

Si tratta delle macchie di “Boscorotondo” e della “Farfanella” tra le quali, sempre come vuole la leggenda,

nella protostoria fu sepolto un vitello d’oro adorato in un tempio sulla vetta del Catria, il monte detto dalle “due corna”.

 

In effetti guardando il massiccio dalla strada che da Pergola porta a Serra San'Abbondio, si possono notare i due caratteristici picchi che conferiscono al monte la forma di “testa ditoro” e allora se si pensa aduna certa storiografia che vorrebbe esser posto sulla vetta del monte un tempio dedicato a Giove e alla classica iconologia del dio, che era venerato anche sotto forma di toro... la leggenda diviene ancora più suggestiva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come spesso accade le leggende hanno sempre un fondo di verità!

Il vitello d'oro non è mai stato trovato ma, allo sbocciare dei primi ranuncoli quando ancore le nevi non si sono ritirate, ogni anno si può facilmente vedere una grossa macchia nevosa che prende la forma di un vitello! La sagoma è ben visibile da chilometri di distanza come si può vedere nella prima foto.   La seconda immagine mostra la maestosità del massiccio vista da Urbino.

Il Trono degli Dei

 

Il primo uomo che scalò la sommità del Catria forse ci ha lasciato un ricordo: è una piccola statuetta di bronzo, il cui rinvenimento fu descritta nel 1901 da Augusto Vernarecci, studioso  forsempronese, con queste parole:

 

“ Nel fare un largo scavo sulla più alta vetta del Monte Catria, a m. 1702 di altitudine,

per gettare le fondamenta al piedistallo della croce monumentale ivi eretta,

alcuni operai rinvennero una statuetta votiva di bronzo [...].

Ha una patina scura bellissima, è alta mm. 110 e pesa grammi 152.

E’ di fattura rozza, in testa ha una corona, una patera nella mano destra, sulla spalla sinistra una clamide.

Ciò che più interessa è la torque che tiene al collo; e quindi si è indotti a pensare ad una divinità gallica.”

 

Il piccolo bronzetto narra della presenzacima umana al Catria già nella alla metà del III secolo a.C.: probabilmente  un devoto ad una divinità salì per prestare un voto; un rito comune tra le popolazioni italiche.

Ma il nome Catria da che cosa deriva?   Vista la storia raccontata dalla statuetta bronzea può dericvare dal termine "càtria" ossia seggiola, trono.   Infatti se dalla costa adriatica osserviamo il massiccio notiamo come le due vette del Catria ed Acuto assomiglino a due braccioli di un maestoso trono dove la valletta dell'infilatoio funge da seduta.

Ed ecco nascere il mito del Catria, il Trono degli Dei.

Nelle foto qui sotto: il giorno dell'inaugurazione della Croce nel 1901, una rara immagine del bronzetto, è una foto storica che ritrae un aviere americano durante la seconda guerra mondiale che dal campo di aviazione di Mondolfo ammira il Trono degli Dei con la vetta del Catria innevata.

La vetta del Catria nel Medioevo

 

Si racconta che alla fine del Medioevo il Cardinale Bessarione volle salire alla sommità del Catria per laureare "more poetarum"“Paulus Joanne de Godiis, Pergulanus”. Saliti dal Monastero di Fonte Avellana probabilmente a cavallo si ritrovaraono a godere della maestosità del paesaggio rimirando da Ancona fino a Ravenna.  La cerimonia si svolse “in altissimo monte italico Catriano” dove il Cardinale laureò il “magistrum Paulum” con una corona di rami e foglie di alloro, raccolti lungo il pellegrinaggio. Il poeta pergolese Gaugello Gaugelli, raccontò così l’episodio:

“Andasti puoi per voler visitare il greco cardinal a Sancta CroceEt con sincera vocePer lectera li festi un bel sermone

Quel cardinal se fe admiratione Del chiaro aspecto et de la tua presenza Et puoi de’ la sentenza

Ch’eri ben digno d’esser coronato Et quel poeta suo da Saxoferrato Incomenzò con teco a desputare

Et farte rescaldare A dimostrare alquanto el tuo sapere.

A quel signore ancor festi vedere Che non tochando terra con calcagni Quelli altri doctor magni e vedevan far cantando la danza. Quanto dolce piacer, quanta baldanza Sentir facesti a quei suoi frati et preti Che stavan tucti quanti In loco solitario

et alpestro. Alhora el cardinal col braccio dextro Te puose la corona laureata.

Con verde fronda nata Nella cima de Catria l’alto monte”

Dell'avvenimento resta una traccia importante: una bolla custodita presso l'Archivio Vaticano - Codice Urbinate n° 692.

San Romualdo ed i suoi miracoli

 

“ In certo tempo venne il Venerabile huomo in Sitria; et essedo ancor digiuno, ne avendo i fratelli; come quegli che si stavano in quegli aspri monti; da mettergli innanzi pesce; cominciarono in un certo modo fra sestessi confusi, a vergognarsi, et a pensare ansiamente, che cosa potessino provedere per così Venerabile hospite. Allhora uno de fratelli, divinamente inspirato, corse con prestezza a un certo secco fiumicello, che loro correva à canto, dove era pochissima acqua, ne mai vi era stato veduto punto di Pesce. Cominciò dunque il fratello à pregar Dio devotamente, che si come al popolo Israelitico haveva fatto uscir l’acqua della Pietra, così si degnasse in quel secco Rio far vedere del Pesce.

E poco appresso messo la mano in quel poco di acqua che vi era, vi trovò un Pesce, il quale al Beato huomo bastò allhora abbondantemente per refettione, e così Dio provedente fu trovato un convito nel sassoso,

et arido Monte, si come fusse Vivaio in una pescosa Valle. ”

(Pietro Damiano, Vita del Padre San Romualdo Abate, Cap. LXVII)

 

Il “Venerabile huomo” è il Beato Romualdo vissuto alla fine dell'anno mille, fondò e riformò eremi e monasteri dall'Italia alla Spagna, dagli Appennini ai Pirenei tra cui, il più famoso quello di Camaldoli.   Il racconto è riportato da San Pier Damiani vissito nei primi decenni dell'anno mille e che scrisse la vita di Romualdo intorno al 1042, priore dell'Eremo di Fonte Avellana.

Miti e leggende si mescolano alla realtà oggi trovate in alcuni manoscitti dell'epoca.  

Il primo mracolo narrà la nascita di una sorgente: S. Romualdo in un giorno di grande arsura, assetato e stanco, batté con una bacchetta uno scoglio, e dal punto colpito scaturì una sorgente di acqua limpida e fresca, che da quel giorno ha sempre seguitato a scaturire copiosamente e formò, come tuttora forma la sorgente dell’Artino.

Il secondo miracolo compiuto dal Santo mentre si trovava nell’Abbazia di Sitria ricevette in dono dl pesce fitto proveniente dalle acque ristagnanti.  Pur se prelibato e ricercato non fu gradito e fu gettato nelle acque del vicino torrente dicendo: «ritornate all’acqua pesciolini, crescete e moltiplicate»  Le gelide acque rianimarono i "capesciotti" che tornarono a vivere ed a moltiplicarsi. La leggenda vuole però che il rosolamento della frittura non poté essere tolto dalla pelle dei pesci, così che si formò una nuova specie rosea di capesciotti, che ancora oggi si pesca nei torrenti, detti "Capesciotti di S. Romualdo".

 

 

 

La neve tra storia e leggenda

 

La neve è un elemento naturale che ricopre le Terre del catria per gran parte dell'inverno.   Un detto popolare antico secoli dice: 

 

"Quand' 'l Catria mette 'l cappello, vende la capra e compra 'l mantello.

Quand' 'l Catria mette la braga, vende 'l mantello e compra la capra."

 

Gli auspici intorno alla imminente invernata sono dati dala prima nevicata autunnale.  Nel caso in cui la neve avvolga la sola cima del monte, l'inverno sarà duro, mentre se la neve giunge ad imbiancare anche le pendici più basse ("braga" sta per calzoni si pone nella zona dell'infilatoio) l'invernata sarà mite.   La particolarità di questa "previsione metereologica" del Monte Catria è che si tratta di previsioni stagionali, quindi a medio termine, basate sulle caratteristiche della prima neve caduta e non a breve termine quando il cappello o la braca è data da nuvole che avvolgono le cime.

Il "cappello" del Monte Catria ha spesso lasciato il segno: l'inverno del 1734 ha visto la caduta della volta del refettorio maggiore nell'Eremo di Fonte Avellana "pel gran peso della neve", ma, per il miracolo di una premonizione dell'abbate Guidotti che aveva ordinato di spostare la cena nell'ospizio, non ci furono vittime tra i frati.

A Montevecchio, frazione di Serra Sant'Abbondio eretta nel XII secolo, nella piazza principale sorge una chiesetta in pietra arenaria dediacata alla "Madonna delle Neve".  Fu costruita per porre rimedio ad una dannosa nevicata che cadde inaspettatamente il 5 di Agosto rovinando irreparabilmente i raccolti.   Ancora oggi nel caldo mese estivo viene festeggiata la sua edificazione.

Il 4 gennaio 1768 una copiosa nevicata si abbattè su Chiaserna e dal versante che sovrasta la frazione scese una valanga decimando la famiglia Luchetti in Quagliotti abbattendo alberi e costruzioni.

Il 6 gennaio 1894, un'altra valanga colpisce Pontedazzo, portando via due abitazioni e uccidendo una giovane mamma con i suoi due figli.   Allora gli ingenti danni furono stimati in 2.000 Lire.

Nella notte del 4 febbraio 1917, un'altra valanga colpì la Via Flaminia, tra Cagli e Cantiano, uccidendo tre soldati cantianesi. 

Per ultima l'eccezionale nevicata del 2012 che fece cadere oltre 4 metri di neve in un solo giorno a quota 1400m al rifugio Cotaline.

Le immagini qui a fianco rendono l'idea della forza della neve: la Croce galavernata, il rifugio della Vernosa (dal termine vernio ossia freddo) sepolto da metri di coltre bianca, la chiesa di San Pier Damiani raggiungibile solo con le ciaspole o gli sci d'alpinismo ed il massiccio montuso nel mese di gennaio.

Il Cavaliere ed il Drago, quando la leggenda si fonde con la realtà

 

La leggenda vuole che sul versante orientale del Monte Catria venne eretto l'eremo e monastero di Santa Croce, dei benedettini camaldolesi, fondato da un cavaliere del seguito di Carlo Magno, giunto in queste terre dopo un lungo pelegrinare colpito dalla maestosità della montagna.     Tel cavaliere combattè con animali di ogni sorta per giungere incolume in questa terra e si narra che sul suo cammino nel Bosco di Tecchie incontrò anche un drago.

La realtà vede costituito nel 977 o 979 l'Eremo di Fonte Avellana nelle vicinanze di quello di Sitria, per opera di s. Romualdo ma... come sempre dietro ad una leggenda c'è sempre un pò di realtà.

Ora non sappiamo se le gesta eroiche di questo cavaliere portarono al combattimento con il drago fatto stà che sulle pendici del Catria, a pochi passi dalla strada provinciale che da Cantiano porta alla vetta, sono state trovate delle impronte fossili di un antico dinosauro!   Ci sono voluti oltre 15 anni di studi per riuscire ad interpretare in modo plausibile la traccia fossile lasciata da un animale misterioso ben 195 milioni di anni.  La serie di impronte scoperte all'inizio degli anni ottanta sono state prodotte da un rettile semiacquatico sconosciuto e vissuto in questa zona quando ancora era sommersa dal mare.   L'animale era dotato di pinne sugli arti anteriori, mentre quelle posteriori avevano dita normali. Probabilmente era lungo circa 5 metri; la ricostruzione ipotetica dello strano essere e la traccia fossile sono esposti in un piccolo museo a Cantiano.   Purtroppo nell'estate del 1972 un gruppo di ricercatori dell'Univrsità la Sapienza di Roma prelevarono dallo strato di corniola dello spessore di 20 cm circa, una lastra di 2x 7m circa, ora conservata al Museo di Paleontologia di Roma e non più visibili nel luogo del ritrovamento.  Il grosso animale era un Accoriichnus Natans, un rettile marino ribattezato oggi UGO. 

Il Catria è stato definito da alcuni studiosi e ricercatori un "atlante geologico" per i numerosi affioramenti di diversi tipi di rocce e di diverse epoche geologiche, che testimoniano l'intero arco temporale di formazione dell'Appennino Centrale ed hanno permesso di contribuire ulteriormente alle conoscenze sugli avvenimenti che diedero origine al bacino del mediterraneo.   Inoltre è una miniera di fossili, che affiorano giorno dopo giorno alle pendici delle due vette principali.  Tra il fiume Sentino e il Monte Catria, è presente un affioramento geo-paleontologico di rilevanza mondiale per la stratigrafia dell’Appennino Umbro-Marchigiano. Il sito, uno dei maggiori giacimenti fossili di questa parte dell’Appennino, è tuttora considerato il miglior affioramento toarciano (180/187 milioni di anni fa) di questa catena montuosa e punto di riferimento per gli studiosi italiani e internazionali del Giurassico inferiore e medio, sin dalla fine del secolo scorso.